La rosa non cercava l'aurora: quasi eterna sul ramo cercava altra cosa. La rosa non cercava nè scienza nè ombra: confine di carne e sogno cercava altra cosa. La rosa non cercava la rosa. Immobile nel cielo cercava altra cosa.


Tu non riesci a dirmi addio. Arrivederci, forse, ma lo sai che non è questo il caso.
Toglierai tutto, consegnerai le chiavi e mi lascerai solo il giallo della nicotina che si è accumulato sulle pareti negli anni e qualche mensola dove appoggiavi i tuoi libri.
Eppure il tuo cambio è vantaggioso, ma tu no, frigni guardandoti intorno persa come un aquilone dal filo spezzato.
Non eri quella che amava le novità, l’avventura dell’ignoto, tanto per citarti, l’eccitazione del chissà come andrà a finire questa storia?
Perché di storia si tratta, e tu lo sai bene. Passata e futura.
E cosa fai? Guardi le tue cose come se cementandole lì, dove le hai messe, possano difendere quello che hanno visto.
Eppure ho fatto il mio tempo ma non sopporti l’idea che qualcun altro si sovrapponga a te.
Forse resterò vuota, forse verrà qualcuno che mi dipingerà di un giallo vero e mi farà ascoltare musica diversa da quella che tanto ti piace o magari sarà una famiglia con bambini e giocattoli sparsi al posto delle palline dei tuoi gatti. E finalmente aggiusterà la serranda del terrazzo.
Credi forse che racconterò di te? O che mi mancherai?
No. Io guardo avanti e accolgo quello che verrà. E sarai tu stessa a fare lo spazio necessario perché io possa dirti addio, mano a mano che porterai via le tue cose.
Abbiamo stretto un patto, io e te, non dimenticarlo. Qui i tuoi anni resteranno intatti ed è per questo che ora temporeggi e che poi non tornerai, nemmeno a guardare la porta da fuori per paura che sia cambiata.
Non dirmi che non sarà così: io lo so.
Non sei la prima, sai, che mi lascia. Non ci avevi pensato?
Non conosco solo te: altri sono stati qui, prima. E se davvero sei onesta come dici ammetterai che sei stanca di me e che ti eccita l’idea di mura che non hanno nulla da raccontare e che ti aspettano incuriosite.
Tu hai solo paura.
Smettila di ragionare come se fossimo un unico essere. Io non sono te: sono solo una casa.
Ed ora non ho più voglia di ascoltarti: fai i tuoi pacchetti e vattene!

Ricordi?
No. Non puoi ricordare
le tante parole belle
a fil di voce e inchiostro
a svuotarti le tasche
per avvicinare le scapole
mentre mi scintillavi Roma
nel grigio inverno. E io ascoltavo.
Oggi so la fame di
una dispensa vuota che
tale resterà nel tempo
e non voglio più sentirti.
E’ una notte di campane a festa
e valigie da disfare:
è domani.
E vorrei accarezzare ancora per un attimo
la mano vuota dalla quale sfuggo
per graffiarmi nuovi argini
da scivolare libera
rotolando sassi e case a divenire.
Ma proprio non mi riesce
e lascio al nulla il suo ricordo rosso
mentre scopro conchiglie
aspettando la luna.
Di questo per sempre 
E’ solo assenza di vento.
Nulla è fermo,
non aver paura,
si è solo nascosto
altrove
a rendere lievi i movimenti
le spinte e le ascese
senza fruscii
la gonna che gonfi
a coprirti i piedi
accovacciandoti.
Non ti sei mossa
eppure sei altrove.

Qui si entra
con voce piccola
e piedi leggeri
sfiorando appena il suolo
nudo di ostinata trasparenza.
Solo rare anime liquide
penetrano queste pareti a scroscio
su mio invito
calpestiamo rocce
per contare stelle rosse
di carnosa vita
che non conosce addio.
Qui
stagioni ai quattro angoli
fedeli ad una sedia a vite
e il mare
e il tempo nascosto agli anni.
Qui non si può bussare.

C’è un tunnel da scavare
perché tutto non si sposti
lasciando spazio vuoto.
Un canale, una traccia
non importa
un buco
perché sia acqua
aria o fuoco
a inondare o incendiare
terra roca
mentre il pieno grida
altrove
vita urgente a fagocitare.
Non c’è tempo per pensare
solo fare.


Abito spazi di parole scalze
attenta a non sciupare
o esporre troppo
la fragilità di un saldo
tutto da curare.
C’erano quattro mura, una volta
a raccontarmi e un adesso
ma a mezzogiorno
le ombre son nascoste
per fare spazio e ritornare
foglie controluce e muro giallo
e io sotto a guardare
spingendo in fondo
a sostenere il volo.
Arresto e ripresa
e il freddo che ama i tulipani.

A volte diventava necessario raccontarmi per pareggiare i conti.
Ai ragazzi non piace parlare e basta. Non a loro, almeno.
Sono stati ascoltati già troppe volte e la storia sembra non appartenere più a loro.
Altre volte, invece, basta una frase.
Sono entrata in quella casa con il mio collo alto bianco, i pantaloni gessati sotto a un cappottino grigio. Non volevo essere diversa dal solito.
Era l’ora della colazione e non aspettavano visite.
Serena, la responsabile della casa, invece, mi attendeva.
Mi accolsero una quarantina di occhi in pantofole e Serena, dritta malgrado gli anni.
Non mi chiese nulla mentre i ragazzi mi circondavano: erano di tutte le età e non tutti italiani.
Nel giro di un attimo, mi ritrovai con un bambino in braccio e gli altri intorno a chiedermi se fossi un’altra operatrice.
-No, sono solo Paola.
Cercai di divincolarmi da una mano che mi tirava e guardai un ragazzo che avrà avuto non più di dodici anni. Era arrivato per ultimo e se ne stava in disparte, ad osservarmi dallo stipite della porta della cucina.
-E tu? Come vuoi che ti chiami?- gli chiesi avvicinandolo.
-Lupo.
-Allora piacere, Lupo- stringendogli la mano.
Scoprii solo dopo che tutti lo chiamavano Pero e che non sapevano quale fosse il suo vero nome.
-Fatemi fare due chiacchiere con Serena e poi vengo da voi, va bene?- dissi togliendomi il cappotto, ridendo.
Serena sedeva in una poltrona del salone, una stanza enorme che fungeva da sala da pranzo, con il grande tavolo al centro, lungo, dove nel pomeriggio ci si sedeva a fare i compiti di scuola o a colorare.
Accanto alla poltrona un divano e mi misi lì, in silenzio, aspettando che lei mi dicesse qualcosa.
-Non chiamarli mai amore. Ho sentito che chiamavi così Michele. E’ nel nome dell’amore che hanno vissuto le più atroci violenze e che sono qui. L’amore è sacro: non è un intercalare solo perché sono piccoli. Dillo solo quando è vero e solo dopo che il tempo ti avrà dato ragione. Per il resto fai tu: non c’è bisogno che ti racconti perché il tribunale me li ha affidati, non è questa la cosa importante. Fai solo quello che davvero puoi e non mentire mai. Il piccolo che avevi in braccio sta per essere affidato e stiamo seguendo il suo inserimento nella nuova famiglia. Nel pomeriggio la conoscerai. Non ho altro da dirti, Paola. T’immaginavo diversa, chissà perché… Ora vai.
Non era stata né rassicurante né incoraggiante, ma non ebbi il tempo di pensare: una voce chiamava il mio nome da qualche parte della casa.
Erano tutti lì, in riunione in una delle stanze da letto, i più piccoli felici della nuova compagna di giochi, i più grandi ad aspettare il mio primo passo falso.
E Lupo in disparte, un sorriso appena accennato al mio sguardo per lui.
La mia paura era di farmi male: come accettare che dei bambini avessero già un passato così pesante e un’ombra lunga sul futuro?
Ma non c’era tempo per la paura: ognuno aveva un suo linguaggio e per ciascuno dovevo trovare parole esclusive. E il punto di partenza era sempre il dolore. Il loro, il mio. Solo da quel contatto si poteva arrivare ad una risata.
-E tu? Come vuoi che ti chiamo?
-Gaia.
-Allora ciao, Gaia.
-Ciao, Lupo.
Un giorno, dopo circa un mese che andavo lì, entrando trovai la casa in subbuglio: Lupo era scappato.
La polizia a cercarlo, Serena pallida sulla poltrona, un paio dei più grandi silenziosamente ammirati.
Penso di sapere dove sia ora. Non ha fatto un grande affare a scappare, anzi, ma Lupo era così.
Pero non poteva proprio essere il suo nome.
Dopo un paio di giorni capimmo che non sarebbe più tornato e c’erano gli altri a cui pensare.
Funziona così, lì.
Manuel che va via in affidamento e un altro piccolino che arriva, più complicato, magari, perché non sa ancora parlare a tre anni e se lo tocchi urla tutto il suo rifiuto.
E si ricomincia, sempre cercando, in fondo, uno spigolo di dolore che diventi incastro. E se non lo trovi la battaglia è persa ancor prima di averla cominciata. E proprio non ce la fai a non provare a combatterla.